Gaetano Genovese, architetto ebolitano

(prima parte)

Fino ad oltre la metà dell’800 Eboli è stata compresa all’interno di quello che chiamiamo Centro storico e che per tanti è semplicemente Eboli vecchia. La città era chiusa nel suo perimetro, sia pure  senza una vera cinta muraria, ma vi erano delle porte, oggi scomparse, che hanno lasciato il loro nome, come Porta Dogana e alcune di cui restano le immagini, come la porta Santa Caterina che si apriva verso la piana e l’attuale piazza della Repubblica.

Cominciavano tuttavia a farsi strada, con le nuove acquisizioni dell’igiene e della stessa medicina, le pratiche di diradamento degli antichi tessuti edilizi, congestionati e malsani. Una spinta veniva dai grandi interventi come quelli in atto a Parigi sotto Napoleone III° e in altre capitali europee, ma si  procedeva al risanamento degli abitati storici anche in centri di minore dimensione.

Nel meridione d’Italia l’antico dominio borbonico cedeva il passo all’avanzata dell’Italia finalmente unita e a Eboli lo stesso Garibaldi aveva insediato un sindaco nella persona di Gerardo Romano Cesareo, erede di un’antica e illustre famiglia. Una delle prime decisioni del nuovo sindaco fu quella di affidare all’architetto Gaetano Genovese l’incarico di dare un nuovo assetto alla città, tracciandone le linee di espansione oltre l’antico perimetro.

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Gaetano Genovese (1860 circa)

Genovese, originario di Eboli e di una famiglia della piccola nobiltà che gli ha dato i natali nel 1795, è da anni attivo a Napoli, dove gode di un riconosciuto prestigio ed è da tempo un esponente di rilievo nell’ambito della cultura neoclassica. Ha lasciato Eboli nel 1815, con l’avvento della Restaurazione, per intraprendere a Napoli e poi perfezionare a Roma il suo iter di allievo architetto. All’inizio della  carriera gli è prezioso il sostegno del ramo salernitano della famiglia, assai influente presso la Corte borbonica ma ben presto sarà il suo talento a farsi luce e ad assicurargli incarichi di  grande rilevo. Spicca fra questi l’ampliamento e la ristrutturazione del Palazzo Reale, che lo terrà impegnato per quasi vent’anni, a partire dal 1837, un compito estremamente impegnativo che verrà brillantemente portato a termine con l’apprezzamento generale. Suo è il disegno della lunga facciata verso il mare, rimodellata e arricchita da un giardino pensile, suo è il nuovo assetto del grande scalone d’ingresso, sua la scelta di demolire l’antico edificio vicereale adiacente al Teatro S.Carlo, ampliando lo spazio pubblico in quell’area. Ne deriverà una nuova sistemazione di quel nodo cruciale dove convengono Toledo e via Chiaia, dando luogo alla centralissima Piazza S. Ferdinando.  Genovese si cimenterà anche, con esiti felicissimi, nella decorazione di due sale del trono, rispettivamente a Caserta e a Capodimonte, ma i suoi numerosi interventi napoletani, sempre all’insegna dell’intelligenza e dell’eleganza, riguardano principalmente il contesto edilizio.

Gaetano Genovese non realizzerà mai un edificio  dalle fondamenta, ma darà assetto – e aspetto – a palazzi anche importanti e agli spazi pubblici su cui prospettano. contribuendo ad arricchire e nobilitare il volto della capitale meridionale. Un’attività questa di importanza tutt’altro che secondaria, che richiede doti e qualità non inferiori a quelli di chi realizza nuovi edifici, rischiando a volte di alterare un equilibrio ambientale che si era costruito nel tempo.  Genovese sa intervenire nel contesto urbano con sicurezza e la giusta attenzione sia all’aspetto costruttivo che a quello formale. Il suo talento  si esercita dunque principalmente sull’architettura della città, che nel piano di ampliamento della sua città di origine, redatto negli anni ’60 dell’800, trova una sintesi di alto livello che è anche una grande occasione, purtroppo perduta, per Eboli e il suo futuro.

Ma delle vicende del piano Genovese ci occuperemo più diffusamente in una “prossima puntata” di questa breve panoramica.

Autore: Vincenzo Marsilia
Pubblicato il: 18/06/2021